Siete monache dell’Ordine che ha Veritas come motto. Noi domenicani siamo sempre stati noti per la nostra passione per lo studio. Alcune monache mi hanno confidato che questo è un elemento della vita domenicana da cui si sentono distanti, o perché non hanno mai studiato o perché si sentono incapaci di farlo. E si è tentati di pensare che siano i confratelli a studiare e le monache a pregare; che siano i confratelli a parlare e le monache ad ascoltare. Ciò significa non comprendere in modo corretto la natura del nostro impegno alla Verità. È un modo di essere nel mondo secondo verità. Ciascuno di noi è chiamato a questo, che abbiamo o meno un dono per lo studio di tipo accademico.
Vivere nella Verità
Veritas ci chiama ad essere uomini e donne che vivono secondo verità, parlano secondo verità, e ascoltano con attenzione. Spesso la comunicazione nelle comunità religiose può deformarsi. Insinuazioni, allusioni e sospetti possono intorbidire la chiarezza delle nostre conversazioni. La paura o mancanza di affidamento possono farci ricorrere ad allusioni, colpetti di gomito e occhiolini. Appartiene alla nostra vita domenicana il fatto di osare parlare secondo verità, con discrezione e sensibilità e rispetto. Ciò non ha nulla a che fare con il fatto di essere studiosi. Significa cercare di vivere con la chiarezza di Domenico. “Colui che pratica la verità viene alla luce, affinché non siano censurate le sue opere, perché in Dio sono state fatte”. (Gv 3, 21). Vedere chiaramente significa vedere ciò che è centrale ed essenziale e non essere distratti dai dettagli.
Fra Simon Tugwell scrisse che “è, anzi, assolutamente tipico della spiritualità domenicana vedere Dio, non primariamente come oggetto della nostra attenzione, ma piuttosto come il soggetto essenziale, cui siamo uniti come co-soggetti, co-operatori con lui (1 Cor 3.9) nella sua opera di redenzione”.[29] Ciò sta a dire che quali amici di Dio non guardiamo tanto a Dio ma con lui. Siamo invitati a vedere il mondo attraverso gli occhi di Dio, e ciò significa vedere la sua bontà. Eckhart scrive: “Dio si diverte. Il suo personale godimento è tale che comprende il suo godimento di tutte le creature.”.[30] Vedere con gli occhi di Dio è condividere il suo piacere in tutto ciò che Dio ha fatto, compresi i nostri confratelli e consorelle! Thomas Merton racconta di come, dopo sette anni di vita in monastero, andò dal dentista e vide in mondo in maniera differente. “Mi chiesi come avrei reagito all’incontrare di nuovo, faccia a faccia, le cattiverie del mondo. Forse le cose che inducevano in me il risentimento nei confronti del mondo quando lo lasciai erano miei difetti personali che avevo proiettato su di esso. Ora, al contrario, trovai che tutto agitava in me un profondo e muto senso di compassione… Attraversai la città, accorgendomi per la prima volta nella mia vita quanto siano buone le persone nel mondo e quanto valore abbiano agli occhi di Dio”.[31] Vedendo con Dio, veniamo a condividere l’amore di Dio. Se impariamo quel modo di essere nel mondo secondo verità, allora possiamo affrontare qualsiasi cosa con gioia: i nostri fallimenti, la nostra mortalità, lo status reale del monastero, le nostre paure e speranze. Possiamo essere felici persino al buio.
Lo studio della Parola di Dio
Lcm 101 § II dice che le monache sono specialmente chiamate a studiare la Parola di Dio. Questa non è un’attività arida. Giordano dice a Diana: “Leggi e rileggi questa Parola nel tuo cuore, rigirare nella tua mente, fa’ che sia dolce come il miele sulle tue labbra, meditala, soffermatici, così che possa dimorare con te e in te per sempre.”.[32] Se la Parola è chiamata a toccare e a trasformare tutto ciò che siamo, allora dobbiamo portare ad essa tutti gli aspetti della nostra umanità; la nostra intelligenza, le nostre emozioni, il nostro senso della bellezza, la nostra esperienza, le nostre difficoltà e speranze.
Tutte le settimane nel Concilio Generale, leggiamo la Parola di Dio insieme. Alcuni di noi porteranno un’analisi della lingua originale, altri condivideranno il modo in cui li tocchi o illumini qualche esperienza recente, o li provochi o metta in difficoltà. Tutti questi sono modi validi di leggere la Parola, e ci occorrono tutti. Ecco perché è bene che la meditiamo insieme e che lasciamo che trasformi la nostra vita in comune. Ogni monaca può avere intuizioni sue personali da offrire. Il Signore dice a Caterina: “Avrei potuto creare tutta la gente in modo tale che tutti avessero tutto, ma preferii dare doni diversi a persone diverse, così che tutti avrebbero avuto bisogno l’un dell’altro.”[33] Questo è vero in special modo nel comprendere la Parola di Dio.
Lo studio esegetico della Scrittura può risultare difficile all’inizio. Possiamo forse aver paura di leggere cosa dicano gli studiosi, caso mai venissero sconvolte le nostre convinzioni più profonde. Quando uno comincia a studiare, deve attraversare l’allarmante esperienza di scoprire che il testo non l’abbiamo mai capito prima. Ma questa è la nostra umiltà al cospetto del Verbo, che non possediamo e che ci invita a metterci in viaggio per una destinazione a noi ignota. Dobbiamo avere il coraggio di essere come Maria che sente il messaggio dell’Angelo, e che è “profondamente turbata a queste parole, e si chiedeva cosa fosse questo saluto” (Lc 1 29).Dobbiamo imparare ad essere sorpresi dalla Parola, che significa sempre di più di quanto avremmo mai potuto immaginare. Ecco perché è bene che in ogni comunità ci siano monache che compiano uno studio serio della Scrittura, se possibile nelle lingue originali. Confesso che i miei parecchi tentativi di imparare l’ebraico furono un disastro!
In ogni comunità di clausura sta sempre in agguato il timore della noia: di vivere nello stesso posto, con le stesse persone, di ascoltare le stesse battute e di mangiare lo stesso cibo. Ma la Parola è sempre nuova e fresca dell’eterna giovinezza di Dio. Periodicamente abbiamo bisogno di recuperare l’eccitazione dei discepoli sulla strada di ritorno verso Emmaus: “Forse che i nostri cuori non ardevano in noi stessi, mentre egli ci parlava lungo la via e ci spiegava le Scritture?” (Lc 24.32). Lo studio della Bibbia rinnova la nostra capacità di stupirci.
Lo studio della teologia
Durante le mie visite ai monasteri chiedo spesso alle monache che teologia piaccia loro studiare. Di norma rimangono in silenzio e si cambia rapidamente argomento. La teologia è abitualmente vista come accademica e incomprensibile. Lcm 10 § III esorta le monache a studiare San Tommaso, ma ho il sospetto che spesso la Summa accumuli polvere sugli scaffali della biblioteca. Uno potrebbe essere tentato di pensare che i frati studiassero teologia mentre le monache studiassero spiritualità. Questo è un contrasto dei tempi moderni che sarebbe risultato incomprensibile a Domenico e Caterina. La teologia non è soltanto una disciplina accademica. Appartiene alla nostra ricerca di nostro Signore nell’orto del sepolcro, alla nostra fame di senso, al nostro addentrarci nel mistero dell’amore. Attraverso la conoscenza ci avviciniamo a colui che Caterina chiamava ‘la prima dolce verità’. Uno dei modi di pregare di Domenico consisteva nello studiare un libro, e ci discuteva, dissentiva, annuiva, lanciava esclamazioni. E quando Tommaso era intento a scrivere la Summa, talvolta mandava via i segretari e si gettava a terra e pregava finché non ricevesse una dritta per capire. Teologia e spiritualità sono inseparabili.
Molta letteratura teologica è profondamente noiosa, ma può darsi che sia così perché è cattiva teologia. È necessario venire introdotti alla Summa in quanto tale, un’opera contemplativa che racconta di un viaggio verso Dio e la felicità. Il suo insegnamento ci rende liberi dalle trappole che ci tratterrebbero dal pellegrinaggio. Così molta gente viene intrappolata in concezioni idolatriche di Dio, come una persona grande potente e invisibile, che controlla tutto ciò che accade, e che ci mantiene in un’immaturità perpetua. Tanta rabbia nelle comunità religiose deriva dal risentimento davanti a quest’immagine di Dio, che è un idolo. Ma Tommaso distrugge quest’ottica nella Prima Pars, apre la porta di questa prigione spirituale, e ci avvia verso il mistero del Dio che è al centro del nostro essere quale fonte eterna di libertà. Così spesso la gente è irretita in una visione limitata della santità come obbedienza alle regole. Ma nella Secunda Pars, Tommaso ci mostra che la strada della santità passa attraverso la crescita nelle virtù, attraverso la quale ci rafforziamo e partecipiamo della libertà propria di Dio. Così spesso la gente è intrappolata in una visione della religione che è magica. Ma nella Tertia Pars Tommaso ci mostra come nell’Incarnazione e nei sacramenti, Dio abbraccia e trasforma tutta la nostra umanità. La verifica della bontà d’una teologia sta nel fatto che tracima nella lode e nel culto e nella felicità e nella vera libertà interiore. C’è poca teologia che sia tanto buona. Forse alcune monache sono chiamate a scriverla. “Nel campo degli studi teologici, culturali e spirituali, ci si aspetta molto dal genio proprio delle donne, non solo in rapporto a specifici aspetti della vita femminile consacrata, ma anche nel comprendere la fede in tutti i suoi aspetti”. (Vita Consecrata 98).
Formazione alla Veritas
Ne consegue che una parte essenziale della formazione di una monaca domenicana sta nello studio della Scrittura e della teologia. Non è una semplice aggiunta, come imparare a cucire o a cucinare. Appartiene alla crescita nell’amore, perché “alla conoscenza segue l’amore. E amando, l’anima cerca di perseguire la verità e di rivestirsi di essa.”[34]
Lo studio della teologia dovrebbe essere gioioso. Veniamo a conoscenza delle grandi cose che Dio ha compiuto per noi. Tommaso diceva: “Coloro che si dedicano alla contemplazione della verità sono i più felici che possano esserci in questa vita.”[35]. E per lui la contemplazione della verità significava prevalentemente studio. Impariamo ad amare la Parola di Dio, e ad essere “nutriti dal suo fascino (dulcedo),”[36] come diceva Alberto. Come l’iniziazione ad ogni gioia profonda, piuttosto che a un mero intrattenimento, avrà i suoi momenti di noia, quando ci sentiamo incapaci di rimanere nelle nostre stanze. Dobbiamo imparare la fiducia, la fiducia di pensare, di interrogarci, di cercare. Per Tommaso, l’insegnante deve soprattutto insegnare all’allievo a pensare per sé, a realizzare il suo potenziale conoscitivo. Ciò significa che quando impariamo a studiare non dobbiamo aver paura di compiere errori. I formatori non devono controllare i propri studenti timorosamente. Dobbiamo avere il coraggio di sperimentare le nostre idee, e non preoccuparci se sbagliamo all’inizio. Naturalmente, l’ortodossia è cara ai domenicani, ma se crediamo all’insegnamento della Chiesa che lo Spirito Santo è stato riversato sopra di noi, allora non ci bloccheremo facilmente nell’errore.
Le monache hanno bisogno di strumenti per studiare: una buona biblioteca, riviste e tempo. Molti monasteri sono poveri e comprare libri rappresenta un autentico sacrificio. Ma non possiamo lasciare le monache a stecchetto di libri più di quanto non possiamo farlo di cibo. Internet offre la possibilità di seguire una formazione teologica senza mai lasciare il monastero. Alla comunità occorre ritagliare nel ritmo della propria vita periodi di studio. Chalais in Francia ha un calendario annuale che comprende periodi per lo studio intenso, per il silenzio, per la ricreazione. Noi confratelli dobbiamo altresì corrispondere alle esigenze di formazione delle consorelle. Quando San Domenico faceva ritorno a San Sisto, esausto dopo un giorno di predicazione, allora insegnava alle monache “poiché non avevano alcun maestro per far questo.”[37] Il fiorire dei monasteri domenicani nella Rheinland nel xiv secolo fu parte giustificato dal fatto che Herman de Minden, il Provinciale della Teutonia, inviò alcuni dei suoi migliori teologi a insegnare alle monache.
I monasteri hanno bisogno di sorelle che abbiano ricevuto una formazione teologica e biblica profonda così da poter insegnare alle giovani. Questo è particolarmente vero oggi in un momento in cui molte monache arrivano a noi dall’università. Hanno bisogno di una formazione teologica che allargherà loro la mente e risponderà ai loro interrogativi. Idealmente ciascun monastero sarebbe in grado di offrire una formazione completa, se questo non si verifica allora diventa di vitale importanza la collaborazione tra monasteri, specie quando siano federati. Talvolta si teme che se le giovani studiano in un altro monastero, allora possano forse perdere l’attaccamento alla propria comunità originaria, e chiedere la transfiliazione. Raramente succede questo, e non può essere addotto come scusa per non dare a una consorella una formazione domenicana completa e autentica. Se le giovani vengono formate bene, allora l’intera comunità sarà alla fine rinnovata. La casa di formazione della Federazione di monasteri in Messico è un esempio meraviglioso di come una federazione possa aiutare ciascun monastero a rafforzarsi.
L’unità dell’Ordine
Siete monache dell’Ordine dei Predicatori e siete parte della vasta famiglia di Domenico. Ciascun monastero ha vita in se stesso, e tuttavia è in contatto con altri, appartenendo spesse volte ad una federazione Siete spesso un centro di vita per la Famiglia Domenicana. Fate le vostre promesse al Maestro dell’Ordine. Che significa per un monastero avere cura della propria vita ed appartenere tuttavia all’Ordine?
Un servizio di unità
Domenico desiderava che il suo ordine fosse uno. L’Ordine ha sempre lottato per conservare la propria unità. Quando altri Ordini si sono separati, ci siamo stretti attorno alla nostra unità, ma talvolta solo appena appena! Ciò si spiega perché la nostra unità appartiene alla nostra predicazione del vangelo. Predichiamo il Regno di Dio, in cui tutta l’umanità verrà riconciliata in Cristo. Le nostre parole sono autorevoli se siamo uniti noi stessi. L’Ordino ha un ruolo particolarmente importante da giocare in una Chiesa che è spesso divisa tra ideologie diverse e in competizione. Anche il conflitto politico, la tensione etnica e persino la guerra dividono spesso i nostri Paesi. Dobbiamo incarnare quella pace che predichiamo.
Ciascun monastero incarna quest’unità in sé ma “trascende i limiti del monastero e raggiunge la propria pienezza in comunione con l’Ordine e con l’intera Chiesa di Cristo” (lcm 2 § 1). E così voi, come monache domenicane, avete a cuore l’unità dell’intero Ordine. Attraverso le preghiere e in tutto ciò che dite e fate, avete la responsabilità di promuovere quell’unità e quella pace. I contemplativi dovrebbero particolarmente saperlo fare perché la vicinanza al mistero di Dio ci spinge oltre ogni divisione e oltre tutte le velleità di qualsiasi parte di affermare una saggezza e conoscenza assolute.
La natura dell’autonomia
Ciascuno monastero è autonomo. Ciò è insito nella natura della vostra vita, come comunità monastiche. È un’autonomia di cui giustamente vi rallegrate. Che cosa significa? Significa letteralmente che ciascuna comunità si autogoverna, e si accolla la responsabilità della propria vita. Ciascun monastero è responsabile della costruzione di una comunità che sia un segno del Regno, in cui vi è amore reciproco e un dimorare con il Signore. L’autonomia è la vostra libera responsabilità della vostra vita di contemplative, piuttosto che un isolamento.
Nella cultura occidentale contemporanea, vi è la tendenza a vedere l’autonomia in senso di separazione. Un individuo è visto come libero nella misura in cui è libero dalle interferenze dall’esterno. Ma la concezione cattolica dell’essere umano offre un modello diverso, ossia che è nella comunione vicendevole che troviamo la vera libertà e autonomia. Autonomia non significa essere autosufficienti. Ecco perché la Chiesa accetta di buon grado federazioni di monasteri, poiché il sostegno reciproco tra le federazioni può aiutare i singoli monasteri a “salvaguardare e promuovere i valori della vita contemplativa” (Verbi Sponsa 27). La collaborazione può aiutare il monastero ad essere libero e ad assumersi la responsabilità della propria vita. Ho visto spesso monasteri in cui le monache sono travolte dalla cura dei malati, la cucina, o guadagnarsi uno stipendio o badare all’edificio. Non c’è tempo per la preghiera. Tale comunità può forse avere una completa indipendenza ma aver perso la propria vera autonomia, libertà e responsabilità di badare alla propria vita. Quando i monasteri si aiutano a vicenda nella formazione, la cura dei malati come a Dax in Francia, o economicamente, allora non perdono la propria autonomia, ma la conquistano in modo più profondo. Spesso l’aiuto reciproco costerà anche in termini di sacrificio. Sono le monache che a un monastero servono di più che potrebbero offrire quell’aiuto a favore di un’altra comunità.
È possibile che venga il momento in cui un monastero debba confrontarsi con la prospettiva di chiudere.[38] Qualora accadesse, allora non è necessario che le monache si facciano venire sensi di colpa o di fallimento. Forse il monastero ha compiuto lo scopo per cui è stato fondato. Da domenicani è bene per noi se riusciamo ad affrontare la prospettiva della chiusura sempre in un’ottica di verità. Talora mi si dice che se solo dovessero arrivare una o due vocazioni, allora forse il monastero potrebbe sopravvivere. Non si potrebbe eventualmente cercare vocazioni da un altro Paese? La determinazione a sopravvivere può condurre ad accettare vocazioni inadatte. Ma la sopravvivenza per noi, che predichiamo la morte e resurrezione di Cristo, non è un valore assoluto. Se confidiamo nel Padre nostro che ha resuscitato dai morti Gesù, allora possiamo affrontare la morte, la nostra e quella della nostra comunità, con speranza e gioia. Come Provinciale dell’Inghilterra, dovetti andare a Carisbrooke per accompagnare in auto le ultime quattro consorelle alla loro nuova casa. La monaca più anziana, ultranovantenne, sembrò cambiare idea all’ultimo momento, ma alla fine partimmo tutti. La gente del posto venne a dar loro addio, cantando e piangendo. Questa partenza fu forse la predicazione più eloquente del vangelo che le monache avessero mai fatta. Se il monastero è autenticamente luogo dove mettete su casa con Dio, allora lasciarla non vi rende senza-casa.
In una regione o federazione in cui vi siano molti monasteri e poche vocazioni, è quindi stupendo se le monache hanno il coraggio di pensare insieme al futuro. Una domanda: tutti i monasteri dovrebbero cercare vocazioni o le candidate dovrebbero essere inviati solo ai monasteri con una buona probabilità di fiorire? Questo non vuol dire privare ciascun monastero del diritto di assumere decisioni circa la propria vita e di accettare vocazioni. È piuttosto un invito, nei momenti più duri, a ricercare ciò che è più importante della sopravvivenza del singolo monastero, ossia il prosperare della vita contemplativa domenicana nella regione.
Le visitazioni svolgono un ruolo centrale nella nostra tradizione. Sono talvolta guardate con apprensione dai monasteri, perché possono essere viste come un’interferenza dall’esterno. Il Beato Giacinto Cormier diceva che lo scopo di una visitazione è incoraggiare e incoraggiare e incoraggiare. Bada soprattutto al “governo interno del monastero” (lcm 227 § III; cfr. 228 § III) aiutando così il monastero ad essere effettivamente responsabile della propria vita e ad essere libero di affrontare le sfide cui si trova davanti. Una visitazione dovrebbe pertanto aiutare il monastero a rendersi autonomo nel vero senso della parola. Il Liber Constitutionum Monialium suggerisce che una visitazione debba cadere “almeno ogni due anni” (227 § III).
Alcuni monasteri continuano a esprimere preoccupazioni riguardo alla Commissione Internazionale della Monache, istituita dal Capitolo Generale di Oakland nel 1989. Non si tratta di un organo giuridico dotato di alcun potere di prendere decisioni o di intromettersi tra il Maestro e i monasteri. Rappresenta un “serbatoio di riflessione” che dà consigli al Maestro, come le numerose altre Commissioni dell’Ordine, quelle per la Vita Intellettuale, per Giustizia e Pace, e per la Missione dell’Ordine. Ha lo scopo di promuovere la vita monastica e specialmente di sostenere i monasteri che siano isolati. E questo compito l’ha svolto bene. Il suo mandato scade nei prossimi mesi, e potete tranquillamente scrivere al mio successore o al Capitolo Generale per eventuali suggerimenti circa il suo futuro. Come potrebbe una simile Commissione aiutare il Maestro nel promuovere un’autentica vita domenicana in tutta la sua bellezza e importanza?
Rapporti con i confratelli
I frati e le monache hanno una lunga storia in comune. La nostra amicizia è stata al centro della vita dell’Ordine per quasi ottocento anni. Non sempre è stata facile. Agli inizi i confratelli desideravano spesso sfuggire a ogni responsabilità nei confronti dei monasteri, e talora non prendono ancora seriamente tale responsabilità. Le monache qualche volta devono sicuramente aver desiderato sfuggire all’interferenza dei confratelli! Ma come una coppia di coniugi anziani, che ne hanno passate tante, possiamo confidare che nulla distruggerà il legame. Come domenicani, il servizio alla verità e la trasparenza dovrebbero contrassegnare il nostro rapporto. Soprattutto dobbiamo avere fiducia gli uni negli altri, e senza nutrire sospetti. Giordano scrisse al Provinciale della Lombardia che era stato “sconvolto e spaventato da un semplice frusciar di foglie”[39] quando era turbato da voci che il Capitolo Generale avesse preso decisioni contro il monastero a Bologna. Vi sono ancora di tanto in tanto momenti di panico a “semplici frusciar di foglie”, sospetti sul ruolo della Commissione Internazionale, voci su quali siano le intenzioni del Capitolo Generale. Dobbiamo avere fiducia e non avere timore. Quando c’è incertezza, allora non abbandonatevi ai sospetti, date l’interpretazione migliore di ciò che sentite, e chiedete chiarimenti. Con la trasparenza e la fiducia possiamo costruire l’unità dell’Ordine.
La vita dei monasteri può essere complicata dai molti uomini che rivendicano qualche autorità su di voi. Alcuni di voi hanno cappellani, assistenti, vicari, provinciali e vescovi; c’è il Maestro dell’Ordine e la Santa Sede. Tutti dovrebbero essere a disposizione per darvi forza e non per interferire nella vostra vita e controllarvi. Soprattutto il vostro rapporto con i confratelli dovrebbe portarvi a rafforzarvi a vicenda. Il servizio dei confratelli deve essere di sostenervi nella vostra responsabilità per la vita che avete scelto. In modo analogo, molti confratelli sono rinvigoriti dal contatto con i monasteri, occasioni in cui siamo rinnovati nel silenzio da cui la parola predicata ha origine.
Conclusione
“Una città posta su un monte non si può nascondere” (Mt 5.14). Quest’espressione evoca così tanti monasteri posti in cima a una collina: Chalais, Orbey, Los Teques vicino a Caracas, Rweza, Drogheda, Vilnius, Perugia, Santorini e altri. Ma che il convento sia su un monte o in pianura, nella giungla o in una città, se vivete la vostra vita con gioia, allora la sua luce non si può nascondere. Come scrisse Giovanni Paolo II, questa vita consacrata esiste, “affinché il mondo non sia mai senza un raggio di divina bellezza a illuminare la strada dell’umana esistenza”.[40] Abbiate fiducia nel vostro stile di vita monastico. È un dono che viene da Dio.
Per Natale del 1229, Giordano scrisse a Diana per celebrare la festa di “un verbo piccolissimo” nato per noi. Invia anche un'altra parola, “piccola e breve, amore mio”. Ahimé, questa Lettera non è piccola e breve, ma esprime il mio amore e la mia gratitudine per il vostro posto al cuore dell’Ordine. Pregate per l’intera Famiglia Domenicana, che è affidata al vostro amore. Pregate per fra Viktor Hofstetter, il precedente Promotore delle monache che tante di voi amano, e per il suo successore, fra Manuel Merten, che ben presto amerete. Pregate per me e anche per il mio successore.
Dato a Santa Sabina nella Festa di Santa Caterina da Siena, 29 aprile 2001.
Fr Timothy Radcliffe OP
Maestro dell’Ordine dei Predicatori
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[1] Liber Constitutionum Monialium, OP.
[2] A cura di Simon Tugwell, Early Dominicans: Selected Writings, [‘I primi domenicani: Scritti scelti’] Ramsey 1982, p. 396
[3] “The Contemplative Dimension of our Dominican Life” I.D.I., marzo 1983
[4] Dalla versione dattiloscritta di Dominican Spirituality: An Expoloration, in via di pubblicazione per i tipi di Continuum Press, Londra 2001.
[5] “Preaching as Searching for God,” [‘La predicazione come ricerca di Dio’], in Dominican Ashram, marzo 2000, p. 17.
[6] “Une théologie de la vie mystique” [‘Una teologia della vita mistica’], in La Vie Spirituelle 50 (1937), p. 49.
[7] Citata da Sr Barbara Estelle Beaumont OP, “What makes a Monastery a Dominican Monastery?” [‘Che cosa rende un Monastero un Monastero Domenicano?’], Dominican Ashram, settembre 1999, pp. 115s.
[8] ‘The Throne of God,” [‘Il Trono di Dio’], pubblicato in I call you friends [‘Vi chiamo amici’], Londra 2001.
[9] Venite Seorsum VI.
[10] Gerald Vann OP, To Heaven with Diana, [‘In Paradiso con Diana’], Chicago 1960, p. 123, Lettera 37.
[11] Early Dominicans [‘I primi domenicani’], op. cit., p. 99.
[12] Op. cit.
[13] Rowan Williams, Open Judgement [‘Giudizio aperto’]
[14] Early Dominicans [‘I primi domenicani’], p. 409.
[15] Op, cit., p. 104, Lettera 25.
[16] ST II II 83.2
[17] Si confronti il meraviglioso articolo di Paul Murray OP “Dominicans and Happiness,” [‘I domenicani e la felicità’], Dominican Ashram, settembre 2000, pp. 120-142.
[18] Early Dominicans [‘I primi domenicani’],p. 138.
[19] Bartolomé Carranza, Comentario sobre el catechismo christiano a cura di J.I. Tellechea Idígoras, Madrid 1972, II, p. 360.
[20] Op. cit., p. 110.
[21] Op. cit., p. 149
[22] Dialoghi, 7, c.f. 17
[23] Miraculis 6, citato in Simon Tugwell OP, The Way of the Preacher, [‘La via del Predicatore’], Londra 1979,. p. 62.
[24] Op. cit., p. 80.
[25] Ibid., p. 121, Lettera 35.
[26] Citata da Paul Murray, op. cit., p. 130, dalle The Revelations of Margaret Ebner [‘Le rivelazioni di Margaret Ebner’]. New York, 1993, p. 89.
[27] Citato in Letter to the Nuns [‘Lettera alle monache’], maggio 1992, p. 6.
[28] Ibid., p. 9.
[29] The Way of the Preacher, [‘La via del Predicatore’], ibid., p. 29.
[30] Sermone 217: Nolite timere eos. Meister Eckhart: a modern translation, tradotto da Raymond B. Blakney New York 1941, p. 225.
[31] Citato in Monica Furlong, Merton. A Biography. [‘Merton. Una biografia’] Londra 1980, p. 184.
[32] Op. cit. p. 112, Lettera 31.
[33] Dialogo 7
[34] Santa Caterina da Siena, Il Dialogo 1
[35] Sententia Libri Ethicorum X, 1177 b 31.
[36] RTAM 36 (1969), p. 109
[37] I Miracoli di San Domenico della Beata Cecilia, Early Dominicans [‘I primi domenicani’], ibid., p. 391.
[38] I criteri per prendere decisioni sulla chiusura sono esposti chiaramente in Damian Byrne, Lettera alle Monache, ibid., p. 20, ove indica le norme esposte dalla Santa Sede.
[39] Op. cit., p. 143
[40] Vita Consecrata 109.