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Oasi di santità

LE SANTE E LE BEATE DOMENICANE

LE SANTE E LE BEATE  DOMENICANE - Monastero   Santo  Rosario

BEATA ANNA MONTEAGUDO

BEATA ANNA MONTEAGUDO - Monastero   Santo  Rosario

Anna Monteagudo Ponce de Leòn nacque ad Arequipa, in Perù nel 1602 dallo spagnolo Sebastiàn Monteagudo de la Jara e da una donna di Arequipa, Francisca Ponce de Leòn. All’età di tre anni i genitori la affidarono al monastero domenicano di Santa Caterina perché vi fosse educata. Ritornata a casa, a 14 anni, dopo un anno di permanenza in famiglia, nel 1618, volle tornare al monastero, nonostante l’opposizione paterna, per compiervi il noviziato, con il nome di Anna de lo Angeles. Nel monastero, fino al 1632, esercitò gli uffici di Sacrestana, poi, fino al 1645, di Maestra delle Novizie, e infine fino al 1647 di Priora. Fu sempre esemplare nella preghiera e nella carità, sia dentro che fuori il monastero, prodigandosi nel consiglio e nello spirito missionario, con grande misericordia anche verso le anime del purgatorio. Fu fedele alle osservanze conventuali, con costanza, maturità ed equilibrio. Dopo dieci anni di malattia, che la ridusse paralitica e cieca, morì il 10 gennaio 1686, all’età di 84 anni. Già in vita godette fama di santità. Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata il 2 febbraio 1985 durante il suo viaggio in Perù.

BEATA INGRIDE

BEATA INGRIDE - Monastero   Santo  Rosario

Ingride, della nobile famiglia Elofsdotter, nata verso la metà del XIII° secolo, ricevette una nobile educazione, squisitamente cristiana. Anima di candidi ideali, visse fin dai primi anni in un fervore di pietà che non venne mai meno. Le virtù più eroiche parvero connaturali in lei, e quando giovanissima fu obbligata dai genitori a contrarre ricchissime nozze, tutto quello splendore mondano non l’abbagliò, continuando a vivere nel mondo senza essere del mondo. Rimasta presto vedova intraprese, con un devoto seguito di damigelle, un lungo pellegrinaggio in Terra Santa, dove il suo cuore si accese ancor più di tenero amore per il Salvatore Gesù. Dalla Palestina si recò poi a Roma e quindi a S. Giacomo di Compostella. Ritornata in Patria, un unico desiderio la dominava: consacrarsi per sempre a una vita di preghiera e di penitenza. Ma il demonio, acceso di rabbia infernale, le macchinò una terribile trama, cercando di oscurarne la fama presso i concittadini e d’insidiarne la stessa sua vita. Ma tutto andò a vuoto e la santa pellegrina, accolta con festosa venerazione, poté prestò compire i suoi voti e, aiutata da generosi benefattori, edificare un Monastero sotto la Regola di San Domenico, dove insieme a un bel numero di vergini si dedicò tutta alla contemplazione e alle sante austerità. Ciò avvenne il 15 agosto 1281 alla presenza del Re Magnus Ladulas, con l’aiuto e il sostegno del Domenicano Padre Pietro di Dacia e l’autorizzazione del Vescovo di Linkoping e del Provinciale. Morì il 2 settembre 1882, mentre era Priora di quel Monastero, in tanta fama di santità e compiendo meravigliosi prodigi, tanto che presto il suo culto si estese ai vicini popoli. Nel 1414 il Vescovo di Linkoping, Canuto Bosson, chiese alla Santa Sede l’autorizzazione per aprire il processo di Canonizzazione. Arenatosi nel 1448, il processo riprese agli inizi del secolo seguente. Pur non arrivando ad una formale canonizzazione, questi però portò alla solenne traslazione delle sue reliquie il 29 luglio 1507, per autorità di Papa Alessandro VI, presenti il Re, una gran folla, tutti i Vescovi della Svezia e ovviamente i Frati Predicatori di quella zona.


BEATA MARGHERITA EBNER

BEATA MARGHERITA EBNER - Monastero   Santo  Rosario

La beata MARGHERITA EBNER, discendente dalla nobile famiglia Ebner, nacque verso il 1291, probabilmente da Enrico Ebner chiamato il « Giova­ne », a Donauwörth, sul Danubio. Il nome della madre e sconosciuto. Dota­ta di ricche qualità d'animo, ma cagionevole di salute, fin da giovane si senti chiamata alla vita religiosa. A quindici anni circa, entrò nel fiorente monaste­ro delle Domenicane di Maria Medingen nella diocesi di Augusta, fondato nel 1246 dal conte Artmanno IV. La comunità era divisa in coriste e con­verse. Margherita divenne corista. Come tale, doveva saper leggere e scrivere.

I primi anni della sua vita claustrale trascorsero senza avvenimenti degni di nota. Nel 1312 fu colpita da una grave ed inspiegabile malattia, che durò tre anni. Non poteva ne mangiare ne bere. Si senti abbandonata da tutti e non ricavava alcun giovamento dalle medicine. Perciò viveva molto ritirata, riducendo al minimo le conversazioni con gli altri e limitandosi a dire le co­se indispensabili alla suora alla quale era affidata. Cercava di prendere parte per quanto le era possibile agli atti di osservanza claustrale. La liturgia le servì anche da guida per indicare la cronologia degli eventi che raccontò nel Diario, che va dal 6 febbraio 1312 fino al 28 novembre 1348. In questo Dia­rio, scritto in due riprese per esplicito ordine del suo direttore spirituale, Margherita svela la propria vita interiore e le grazie mistiche che a mano a mano riceveva in quel periodo. Per la redazione di questo Diario, la Beata usufruì dell'aiuto come amanuense di una consorella fidata.

Seguì poi la grave malattia che durò tredici anni, dal 1314 al 1326, ac­compagnata da altreinfermità, da gonfiori e irrigidimenti, che la fecero sof­frire per tutto il resto della sua vita. A queste sofferenze fisiche si aggiunse­ro altri inconvenienti e disagi.

Nel 1324-1325, la comunità di Medingen dovette disperdersi a causa del­la guerra tra Federico d'Austria e Ludovico il Bavaro. Margherita ritornò nella casa paterna, dove ritrovò la madre, il fratello e le sorelle. Anche a ca­sa sua continuò a vivere molto ritirata e in preghiera, separata dagli altri, tanto che la sua stessa madre, il fratello e la sorella se la presero a male. Nel 1325 poté ritornare al monastero, dove una suora di sua fiducia le pre­stava servizio e le dava sollievo. Se dopo la prima malattia alcune sorelle si erano allontanate da lei ed ella si era sentita abbandonata, col tempo il con­vento si interessò di lei e le monache la aiutarono a prendere la decisione di presentarsi, il 29 ottobre 1332, al sacerdote secolare Enrico da Nördlingen, noto direttore d'anime, che si trovava in visita a Medingen. Questo incontro le apportò un grande vantaggio spirituale. Come direttore spirituale, don Enrico la condusse in seguito per i difficili sentieri della vita mistica con i suoi consigli e i suoi scritti. Nel 1345 don Enrico le mandò alcuni scritti di Matilde di Magdeburg (1208/10-1282 o 1294), una mistica che visse per trent'anni come beghina secondo la regola di san Domenico e passò i suoi ultimi anni nel convento delle Cistercensi di Helfta. Allo stesso tempo, la esortò a continuare a scrivere il suo Diario (Büchlein, libretto).

Questo Diario, che non ha un titolo e che non e diviso in capitoli o pa­ragrafi, contiene notizie spirituali e personali, registrate secondo i dati crono­logici, con l'aggiunta di meditazioni, di preghiere e di brani di lettere inseri­ti nel testo. Dopo la morte di Margherita, gli venne dato il titolo: Vita Bea­tae Margaritae Ebnerin 0.P., mentre il curatore dell'edizione critica, Filippo Strauch, lo intitolò: Offenbarungen (Rivelazioni) der Margaretha Ebner. Questo titolo, però, non corrisponde al contenuto e al carattere dello scritto, che Margherita chiamava, con maggiore esattezza, « Das Büchlein », il Libriccino. Lo scritto intitolato « Pater Noster », che segue il Diario come appendice, è invece un testo di preghiera meditativa sull'abbondanza delle grazie in Gesù Cristo redentore. Delle lettere di Margherita esiste soltanto un frammento di una lettera di contenuto generico indirizzata ad Enrico, mentre ci sono per­venute le lettere di Enrico a Margherita, che vengono considerate come do­cumenti indispensabili per la conoscenza della vita religiosa dell'epoca.
Nel menzionato Diario la Beata si rivela una religiosa provata da molte pene e malattie, amante della verità e della semplicità, desiderosa di soffrire con Cristo. Il suo amore verso Dio si ripercuote in un grande amore verso il prossimo, innanzitutto verso i peccatori, gli infermi, i derelitti e le anime del Purgatorio.
Nel 1332 fu tormentata, per sei settimane, da un forte male di testa e di denti, ma in occasione della Pasqua ricevette inaspettatamente la completa guarigione. Così successe per altre infermità. Il 28 febbraio 1334, ebbe un rapimento di tale forza che non sentiva più il suo cuore umano. Nello stesso tempo si formarono in lei parole chiare, ma non poteva esprimere ciò che sentiva, ma pronunciare la sola invocazione: « Gesù Cristo ». Nel 1335 ebbe l'esperienza di uscire dal suo cuore, fino a temere di perdere i sensi. Ma in quel momento sperimentò la vicinanza di Dio che la consolava con le paro­le: « Non sono il distruttore ma l'illuminatore dei sensi ». Dal giorno in cui ebbe questa esperienza incominciò a sperimentare nel proprio interiore la lu­ce della verità divina.

1345 si notano in lei delle grida, che si intensificano e si moltiplica­no fino ad arrivare a duecentocinquanta nel 1347. Esse erano accompagnate da pene corporali. Nel 1347 apparve una nuova maniera di parlare. La boc­ca rimaneva chiusa, ma sentiva parole interiori, che nessuno fuori di lei osservava o capiva.
In questo contesto si collocano anche le esperienze straordinarie di luci, sogni, audizioni, visioni e perfino di levitazione: « Talvolta io sono sospesa cosi da non toccare più la terra ». Molto significativa fu la visione, avuta du­rante il sonno, dell'anima amante, suo ideale, che le ispirò allegrezza, pron­tezza e desiderio di non perdere tempo nel progresso spirituale ovvero nel­l’esperienza della grazia divina.

Molto spesso la Beata asserisce di aver sentito la grazia di Dio, ora in tempi speciali, come l'Avvento, il Natale, la Settimana Santa, la Pentecoste, ora di giorno, ora di notte, o svegliandosi, ora durante gli esercizi spirituali.
Pur vivendo in un monastero di clausura, Margherita esercitò un notevole influsso sulla vita religiosa del suo tempo attraverso un intenso scambio di pre­ghiere e di lettere soprattutto con gli appartenenti ai cosiddetti « Amici di Dio », che conobbe per mezzo di Enrico da Nördlingen. Si trattava di un grup­po di persone desiderose di mantenere viva la fede esortandosi scambievolmen­te. Fu cosi che la fama delle sue virtù si diffuse al di fuori del suo monastero e la Beata fu stimata da molte persone religiose del suo tempo, tra cui Giovanni Taulero e i monasteri domenicani di Basilea, Colmar e Colonia.

La caratteristica più spiccata di Margherita e data dalla sua esperienza mistica, tanto da poter essere annoverata tra i più insigni mistici del medioevo.
La sua fama di santità, di cui aveva goduto già in vita, si trasformò spontaneamente in venerazione e in culto subito dopo la sua morte avvenuta il 20 giugno 1351 nel convento di Medingen all'età di 60 anni. « E morta una santa », si disse in tutta la Baviera all'annuncio della sua morte.
A motivo di questa fama, essa non fu sepolta nel cimitero comune delle suore, ma nella Sala Capitolare del convento e le fu eretto un artistico sepol­cro con una statua raffigurante la Beata giacente e con un'iscrizione nella quale e chiamata « beata ». Inoltre, le suore si premurarono di trascrivere e conservare il suo Diario.

Anche se Margherita Ebner fu chiamata « beata » sin dal 1353, questo titolo non era inteso nel senso liturgico-giuridico che le e attribuito oggi, ma in quello onorifico che nell'antichità e nel medioevo si dava a un defunto che aveva trascorso e terminato santamente la propria vita. La conferma del culto avvenne soltanto il 24 febbraio 1979 da parte di papa Giovanni Paolo II. Fu la prima beatificazione di questo papa.

Le spoglie di Margherita Ebner riposano nella cappella a lei dedicata nel monastero di Maria Medingen a Mödingen, nei pressi di Dillingen in Ger­mania, che fu costruita tra 1751 e 1755.

 

 

 

 

 

Testi con tabelle ed immagini in alta qualità si trovano in:
Resch, Andreas:
I Beati di Giovanni Paolo II. Volume I: 1979-1985. - Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2000, 253 p., ISBN 88-209-7032-5

Deutsch
Resch, Andreas:
Die Seligen Johannes Pauls II. 1979 - 1985. - Innsbruck: Resch, 2000 (Selige und Heilige Johannes Pauls II.; 1). - XII, 248 S., 56 Farbtaf., ISBN 3-85382-070-0 (ISBN 978-3-85382-070-4), Ln: EUR 24.60 [D]


BEATA EMILIA BICCHIERI

BEATA EMILIA BICCHIERI - Monastero   Santo  Rosario

Nella splendida basilica cattedrale eusebiana di Vercelli tra i molti santi e beati che vi riposano sono anche gelosamente custodite le spoglie della Beata Emilia Bicchieri, personaggio con cui ebbe inizio il Terz’Ordine Regolare Domenicano. Emilia nacque a Vercelli nel 1238, quartogenita fra sette sorelle, figlia del patrizio ghibellino Pietro Bicchieri. Famiglia assai facoltosa, curò di educare santamente la numerosa prole. La piccola Emilia, semplice e gioiosa, mostrò presto un’assennatezza ben superiore alla sua età. Odiava i discorsi inutili ed il suo principale piacere consisteva nel ritirarsi in solitudine nella sua camera per conversare con Dio. Spesso si udiva la sua vocina squillare per la casa, modulando con grazia il canto dei salmi. Rimase presto orfana di madre, ma il papà seppe comunque nutrire nei suoi confronti un tenerissimo affetto. Proprio ciò costituì il più grande ostacolo da sormontare non appena ella decise di voler seguire la chiamata di Dio.
Alla fine il padre cedette alle pressioni della figlia e decise nel 1255di far edificare a proprie spese alla periferia di Vercelli un nuovo monastero domenicano intitolandolo a Santa Margherita. Qui la sua diletta figlia si rinchiuse con altre ragazze per intraprendere la vita religiosa sotto la Regola del Terz’Ordine di San Domenico. Dal 1273 divenne ella stessa priora del monastero, conducendo l’intera comunità ad una gran perfezione di vita cristiana. La sua parola d’ordine era: “Fare tutto per Iddio solo”. Inculcò anche insistentemente nei cuori delle consorelle una grande gratitudine per i numerosi benefici che il buon Dio aveva donato loro. Dimentica delle sue agiate origini, visse nell’umiltà più profonda, felice di potersi fare serva delle sue consorelle. Provò sempre una spiccata devozione all’Eucaristia, Alla Passione di Nostro Signore ed alla Vergine Santissima.
La preghiera e l’intima unione con Dio animarono l’intera vita di Emilia, che nella più fiduciosa preghiera spirò a Vercelli il 3 maggio 1314. Proprio in tale anniversario è ancora oggi commemorata dal Martyrologium Romanum, essendo stato riconosciuto ufficialmente il suo culto quale “beata” dal pontefice Clemente XIV il 19 luglio 1769. Le sue reliquie, inizialmente conservate nel monastero dove aveva vissuto, nel 1811 vennero traslate nella cattedrale cittadina.


LA BEATA IMELDA LAMBERTINI

LA BEATA IMELDA LAMBERTINI - Monastero   Santo  Rosario

L’essere santi non è un privilegio di pochi, ma una meta per tutti, senza limiti di età o condizione sociale; i giovani in particolare, seguiti dagli adolescenti e dai ragazzi, non sono mai mancati nella storia della Santità Cristiana. Una di queste è la beata Imelda Lambertini nata a Bologna nel 1320 ca.; figlia di Egano Lambertini e della sua seconda moglie Castora Galluzzi, al battesimo ebbe il nome di Maria Maddalena.
Ancora bambina era entrata nel monastero delle Domenicane di S. Maria Maddalena e le fu dato il nome di Imelda.
Della vita di Imelda si sa del famoso miracolo eucaristico che la vide protagonista; come è noto, ricevere la Comunione Eucaristica, non era permesso in quei tempi prima di aver compiuto i 12 anni, ma l’educanda Imelda aveva un solo desiderio, che era quello di ricevere l’Ostia consacrata e ne faceva continua richiesta, sempre rifiutata.
La vigilia dell’Ascensione, il 12 maggio 1333, stava in Cappella partecipando con le suore e le altre educande alla celebrazione della Messa, arrivata alla Comunione Imelda inginocchiata al suo posto pregava fervidamente, desiderando nel suo intimo di ricevere Gesù, quando una particola si staccò dalla pisside tenuta in mano dal celebrante e volò verso la bambina, tutti i presenti poterono vederla, allora il sacerdote accostatosi la prese e gliela mise fra le labbra.
Subito dopo raggiante di gioia e ancora inginocchiata, Imelda Lambertini spirò in un’estasi d’amore, a quasi 13 anni. Le sue spoglie furono racchiuse in un artistico sepolcro di marmo con un’iscrizione e si cominciò a recitare in suo onore un’antifona.
Dal 1582 le Domenicane si trasferirono all’interno delle mura di Bologna, ottenendo dalla Curia arcivescovile la traslazione delle reliquie della beata, che oggi si trovano nella chiesa di S. Sigismondo. Da quell’anno il suo nome fu inserito nel Catalogo dei Santi e Beati della Chiesa Bolognese.
Il culto per la beata Imelda Lambertini, si è diffuso di pari passo con la crescente devozione eucaristica in tutto il mondo; è la patrona venerata dei Piccoli Rosarianti e le Beniamine di Azione Cattolica e papa s. Pio X nel 1908, la indicò come protettrice dei bambini che si accostano alla Prima Comunione.
 

SANTA CATERINA DE' RICCI

SANTA CATERINA DE' RICCI - Monastero   Santo  Rosario

La vigilia del Natale 1542, Caterina vide il "piccolo Bambolino" posto sul fieno tra due animali. S. Tecla, che accompagnava la Vergine Maria, le presentò allora tre corone: una di spine, una d'argento e l'altra d'oro.
Caterina, con un pianto dirotto, s'inchinò subito a ricevere la corona di spine per rassomigliare di più al celeste bambino che aveva stretto al seno e coperto di baci. A breve distanza da quella visione il capo verginale della santa fu visto imporporarsi di tracce sanguigne in forma di spine, e la spalla destra di lei apparve solcata da una lividura larga tre dita scendente a metà del dorso. Un giorno del 1543, dopo la comunione, appena rientrata in cella, Caterina fu riscossa dalla voce del Crocifisso. Si era staccato dal legno del suo supplizio, fitti ancora i chiodi nelle mani e nei piedi, per andarle incontro, abbracciarla, e raccomandarle tre solenni processioni nel monastero per implorare misericordia sui trascorsi degli uomini.


Questa grande mistica domenicana nacque a Firenze il 25-4-1522 dal primo matrimonio del nobile Pier Francesco de' Ricci con Caterina Firidolfì. Rimasta orfana di madre a quattro anni, Sandrina trascorse la sua infanzia dapprima in seno alla numerosa famiglia, poi nel monastero benedettino di San Pietro di Monticelli, alle porte di Firenze, di cui era badessa Ludovica, sua zia paterna. Propensa al raccoglimento e alla preghiera, vi acquistò una viva devozione alla Passione del Signore. Nel coro del monastero, il crocifisso pendente dalla parete, accolse le frequenti visite di lei, e prese più volte movenze e accenti umani per significarle quanto gradisse l'amorosa pietà e la consapevole partecipazione di lei ai suoi dolori.
Dopo circa tre anni di ritiro nel chiostro, disgustata della vanità e dei risentimenti di tante monache, chiese di ritornare in famiglia. Desiderando per sé una forma di vita religiosa più austera, ottenne dal padre di entrare, per una decina di giorni soltanto, nel convento delle Terziarie Domenicane di San Vincenzo Ferreri, fondato presso Prato nel 1503 da nove dame, grandi ammiratrici del P. Girolamo Savonarola, impiccato e bruciato a Firenze il 23-5-1498 come eretico, ma in realtà perché era un predicatore troppo scomodo per i sostenitori della politica dell'indegno papa Alessandro VI, spagnolo. A piegare definitivamente il padre che avrebbe voluto trattenere la figlia in casa con sé, fu una grave malattia di lei, da cui guarì miracolosamente in seguito all'apparizione del Signore che, tenendo in mano un anello sfolgorante di bellezza, le promise che l'avrebbe fatta sua sposa.
       
Nel monastero di San Vincenzo la santa ricevette il 18-5-1535 dal confessore, il P. Timoteo, suo zio paterno, l'abito domenicano con il nome di Suor Caterina. Mentre in disparte gustava, pregando, l'intima dolcezza del rito compiuto, le apparve il Signore in compagnia di sua Madre, sopra un prato incantevole. Colmandola di carezze, le mostrò di quali virtù risplendessero le vergini colà raccolte, specialmente la sua maestra di noviziato, Suor M. Maddalena Strozzi. Tuttavia, per tenerla nell'umiltà, Dio permise che fosse ritenuta dalle consorelle inadatta alla religione per l'apparente sua difficoltà a praticare le minute obbligazioni della vita comune. Se la interrogavano, si esprimeva ammezzando le parole, come fuori di sé; se la incaricavano di un lavoro, d'un tratto si faceva distratta e torceva gli occhi in alto; se le davano una commissione, andava per un'altra strada o tornava indietro ignara, per ricominciare da capo. Il convento non tardò a qualificarla riottosa, stordita e trascurata, tanto che persino lo zio disse di averne abbastanza di lei. Caterina fece il giro del convento per raccomandarsi di non essere scacciata, persuasa che Dio le avrebbe dato la forza di ovviare alle lamentate manchevolezze qualora le fosse concesso di emettere i voti.
       
Ad un mese dalla professione religiosa, fatta il 24-6-1536, la santa si trovò di nuovo esposta al generale compatimento. Tutte le consorelle erano persuase di avere a che fare con una testa balzana e di scarso profitto per il monastero. Talvolta la rinvennero vacillante, e anziché a cause soprannaturali, attribuivano quegli atteggiamenti a una morbosa inclinazione. Caterina, di sua natura portata alla tenerezza e alla simpatia, per due anni ne soffrì in silenzio finché cadde gravemente ammalata. Alcune suore, al colmo del dolore, ebbero l'idea (1540) d'invocare il P. Savonarola e i suoi compagni, Fra Domenico da Poscia e Fra Silvestre Maruffì alla vigilia del loro martirio. Nella notte, mentre Caterina pregava davanti alle loro reliquie poste sopra un altarino della sua cella, si assopì e in visione vide i tre domenicani che le assicuravano di essere guarita. Quando si destò dall'estasi era libera da ogni malanno. Fra Girolamo, prima di scomparire, le raccomandò di esercitarsi quanto più poteva nella virtù dell'ubbidienza. La santa spinse il suo spirito di soggezione al punto da non celare più a chi la dirigeva le grazie soprannaturali di cui era continuamente favorita. Il prodigio della guarigione frattanto aveva indotto le consorelle a riflettere sugli atteggiamenti, fuori dell'ordinario, notati in lei da tanto tempo, e oggetto fino allora di giudizi tanto discordi e avventati. Pochi mesi dopo la guarigione, Caterina fu assalita dal vaiolo. I tre martiri domenicani le apparvero di nuovo e le restituirono la salute.
       
Nel 1541 malori aspri e repentini la gettarono nella costernazione; ma fu sovvenuta sempre, con prontezza, dai santi invocati: Maria SS., S. Tommaso, S. Vincenzo e il Savonarola, il quale non cessava di ricordarle che "l'abbandono al volere divino non è perfetto, se non mediante la più completa umiltà e ubbidienza". Il diavolo ne fremeva e per distoglierla dalla preghiera, la buttava a terra, le stiracchiava le vesti, le scuoteva la cella con rumori assordanti o gliela riempiva di fetore, assumeva aspetti orribili, simulava visioni celesti o gemeva supplicandola di non strappargli con la preghiera altre anime.
       
I portenti spirituali continuarono ad arricchire l'anima di Caterina con mirabile progressione. Nell'orto del convento era stata posta una grande croce. Il 1-4-1541, mentre la santa si recava a venerarla, improvvisamente vide il crocifisso pendere da essa orribilmente sfigurato. Non reggendo a tanto martirio tornò nella propria cella per trovare una tregua al rimescolamento dell'animo. Il lunedì di Pasqua, una tosse improvvisa la costrinse a lasciare il coro. In cella trovò Gesù risorto nell'apoteosi di una smagliante luce. Essa cadde ai suoi piedi, lo baciò sul costato, ne invocò i favori per il convento e per sé allo scopo di non restare mai ingannata dal tentatore. Nella festa del Corpus Domini, dopo la comunione, vide in estasi la Regina del Cielo nell'atto di supplicare il Figlio suo affinchè l'appagasse nel desiderio di avere un cuore nuovo. La grazia le fu concessa poiché, pochi giorni dopo la visione, poté confidare alla Strozzi: "Il mio cuore voi non dovete più chiamarlo il cuore di Caterina, ma della gloriosa Vergine".
       
Otto mesi dopo, Caterina fu rapita in estasi a mezzogiorno del primo giovedì di febbraio 1542, e le fu dato di rivivere ininterrottamente la Passione del Signore fino alle quattro del pomeriggio successivo. Il fenomeno si ripeté ogni settimana, senza interruzioni, per dodici anni. Durante le ventotto ore di rapimento l'atteggiamento dell'estatica rispecchiò il racconto evangelico. Il ripetersi di quelle estasi provocò, sulle prime, scrupoli e timori nel monastero. Il Provinciale dei Domenicani si recò, maldisposto, a Prato per esaminare i fenomeni di cui si faceva gran parlare nel pubblico. Caterina, umilmente riguardosa, non si scompose al fuoco di fila delle insolite recriminazioni. Si contentò di obiettare che la sua volontà non entrava per nulla nei fatti citati a suo rimprovero. Erano, secondo lei, soltanto dei "sogni", nei quali agiva una superiore ispirazione giacché i suoi pensieri non si staccavano mai da Dio. Nella Pasqua del 1542 Gesù risorto, accompagnato da tanti angeli e santi, inondò di luce la sua cella. Le era apparso per stringerla a sé, con i dolcissimi vincoli del matrimonio spirituale, alla presenza della sua SS. Madre. L'anello che le pose nell'indice fu sempre visibile ai suoi occhi. Nel quinto giorno del mistico sposalizio, l'estasi della Passione acuì in Caterina la brama di sentire nelle proprie carni gli spasimi sofferti da Gesù nel proprio corpo. Il suo desiderio fu esaudito. Da quel giorno ella sentì ardere in sé un "amore tutto di croce". Le stimmate della Santa alla Strozzi si rivelarono abbaglianti di luce, come pure l'anello.
        
La vigilia del Natale 1542, Caterina vide il "piccolo Bambolino" posto sul fieno tra due animali. S. Tecla, che accompagnava la Vergine Maria, le presentò allora tre corone: una di spine, una d'argento e l'altra d'oro. Caterina, con un pianto dirotto, s'inchinò subito a ricevere la corona di spine per rassomigliare di più al celeste bambino che aveva stretto al seno e coperto di baci. A breve distanza da quella visione il capo verginale della santa fu visto imporporarsi di tracce sanguigne in forma di spine, e la spalla destra di lei apparve solcata da una lividura larga tre dita scendente a metà del dorso. Un giorno del 1543, dopo la comunione, appena rientrata in cella, Caterina fu riscossa dalla voce del Crocifisso. Si era staccato dal legno del suo supplizio, fitti ancora i chiodi nelle mani e nei piedi, per andarle incontro, abbracciarla, e raccomandarle tre solenni processioni nel monastero per implorare misericordia sui trascorsi degli uomini.
       
Per sovvenire alle necessità della Chiesa, Caterina aggravò le austerità prescritte dalla regola. L'astinenza dalle carni fu per lei assoluta dal 1542 fino alla morte. In occasione di malattie il suo pasto era corretto con sugo o brodo di testuggine. Tre giorni la settimana si sfamava con pane inzuppato nell'acqua. La priora le fece ingerire talora, per ubbidienza, dei cibi di sua scelta. Caterina ne riportò sempre penose crisi di stomaco, con rammarico e stupore delle consorelle. Anche le sue vigilie furono dure. Le due o tre ore dedicate al sonno durante la fanciullezza, si vennero via via assottigliando con l'accrescersi del fervore. A qualunque ora la Strozzi entrasse nella camera di lei, la scorgeva inginocchiata per terra o piegata sul letto quando in estasi, quando in orazione. Alle sue rimostranze rispondeva: "Madre mia, non vi allarmate. La preghiera mi tiene le veci del sonno". Un rude cilicio le pungeva il petto e le spalle. Attorno ai fianchi aveva posto una catena di anelli dentellati e li aveva fasciati con una tela per impedire lo stillicidio del sangue. La  disciplina quotidiana dei flagelli completava la sua sete di patimenti. Dalle sue intenzioni non erano assenti le anime del Purgatorio. Tutte le domeniche infatti si poneva al seguito di Gesù nella visita ai regni d'oltre tomba. Era insaziabile nel desiderio di fare partecipare ai frutti della redenzione, il più intensamente possibile, un grande numero di esse. In loro suffragio per quaranta giorni di seguito fu come immersa in un bagno di fuoco, che la rodeva e ribolliva al di fuori con bruciori ribelli a qualsiasi cura.
         
Sotto l'immediato impulso di tanto amore divino, Caterina curò pure l'avanzamento spirituale delle sue 160 consorelle. Guidata ora dalla SS. Vergine, ora dal Savonarola, si adoperò a fare sì che osservassero il silenzio come era prescritto; ottenne che l'ufficio della Madonna fosse recitato più adagio; che la processione detta della Salve la facessero con maggiore compunzione e frequenza. Con rispettosa sottomissione non esitò a correggere persino il P. Timoteo (+1552), a volte troppo impulsivo con le religiose. Nelle estasi le sgorgavano dall'animo spasimanti accenni al deplorevole abbandono del servizio di Dio da parte di tanti religiosi, moniti a ricercarne l'amore, implorazioni per il risollevamento della Chiesa e la salvezza delle anime.
         
I fatti prodigiosi che si verificarono in Caterina non tardarono a volare di bocca in bocca, motivo per cui tanti ricorsero a lei per consiglio e per aiuto spirituale. Persino S. Filippo Neri, tramite un amico di Prato, si raccomandò alle preghiere di lei, perché, guarito dalla malattia in cui era caduto, potesse "guadagnare delle anime assai" facendo fruttare i talenti ricevuti dal Signore. Appena la Santa cominciò ad operare miracoli, il concorso dei pellegrini fu inarrestabile da ogni parte d'Italia. Paolo III, venutone a conoscenza, ordinò al vescovo di Pistola, il cardinale Roberto de' Pucci, di svolgere una severa inchiesta. Essa si concluse a favore della prediletta di Dio. Caterina rifuggiva dal mostrarsi ai numerosi visitatori. Per sottrarsi alle ricerche delle consorelle andava a nascondersi tra i cespugli dell'orto. Una volta si fece chiudere in un armadio, e un'altra volta si rifugiò nella colombaia. Per toglierla dall'imbarazzo, le consorelle la dessero sottopriora (1547). Dovendo, in forza dell'uso, accompagnare la Priora in parlatorio, non avrebbe potuto esimersi da quei rapporti con gli estranei cui la faceva restia il desiderio del nascondimento.
        
Caterina ebbe così modo di farsi una bella schiera di "figliuoli spirituali" ai quali scrisse numerose lettere ripiene di sapienti esortazioni, di cui Cesare Guasti curò un'edizione nel 1851. La sua corrispondenza s'intensificò quando i Domenicani vollero che fosse eletta  Priora. Dal 1552 fino alla morte esercitò tale carica per sette volte. Perché potesse ben governare le sue suddite, tra cui si trovavano quattro sue sorelle, Iddio le tolse per sempre l'estasi della Passione e rallentò le altre visioni. In lei restò tuttavia intatta la fiamma delle elevazioni e degli aneliti verso Gesù crocifisso, anche in mezzo alle preoccupazioni cagionatele dalla povertà del monastero, e dalla necessità di conoscere e correggere con fortezza e dolcezza le sue religiose. Con il generoso concorso di Filippo Salviati, del quale aveva prodigiosamente guarito la moglie, riuscì ad ampliare il monastero. Nonostante le avesse donato oltre 32.000 ducati, Caterina continuò giorno per giorno a implorare per le miserie della comunità, a curvarsi con tutte le altre ai lavori manuali, e a soccorrere generosamente i poveri che andavano a bussare alla porta del monastero. Per sovvenire alle necessità di famiglie dissestate, o di fanciulle prive di dote per le nozze, seppe mettere a profitto i patroni, gli amici spirituali, i personaggi autorevoli della corte che le dovevano segnalate grazie e miracoli.
        
Dio concesse a Caterina il dono della bilocazione a protezione dei suoi benefattori e di quanti si raccomandavano alle sue preghiere. Di S. Filippo Neri ebbe conoscenza tramite Giovanni Animuccia che si recò più volte a visitarla. Dio soddisfo il desiderio che aveva concepito di conoscerlo personalmente senza che il fondatore dell'Oratorio si allontanasse da Roma. Dopo la morte di lei, il santo affermò di essersi trovato a conversare con lei e che il ritratto che ne avevano fatto, non le somigliava. "Suor Caterina era più bella - sentenziò - Aveva un viso allegro e gioviale". La Santa fu in relazione con S. Carlo Borromeo, tramite un sacerdote di Prato, impiegato al servizio di lui. Un giorno, prima di congedarlo, gli consegnò un'immagine dell'Ecce Homo per il cardinale, con la raccomandazione di guardare con fiducia a quel Volto divino perché gli sarebbe stato d'invincibile difesa contro l'odio feroce dei suoi avversari. La storia registrò poco dopo l'archibugiata invano sparata contro di lui, mentre pregava nella sua cappella (1569), dal Frate Umiliato Girolamo Donato. Il povero dono della Ricci, rivestito dall'arcivescovo di Milano di un'artistica cornice, da quel giorno campeggiò nel salotto episcopale agli occhi di tutti.
       
Caterina morì il 2-2-1590 tra cantici angelici, uditi da quante l'assistevano, dopo aver esclamato, con un pianto dirotto, stringendo il crocifisso al petto: "Gesù, la mia brama è di morire con tè sulla croce. Amore dolce, Amore buono, Amore santo, scortami al riposo eterno per essere sempre a parte del tuo fuoco di carità". S. Maria Maddalena de' Pazzi, che le aveva scritto da Firenze due lettere per manifestarle il serafico ardore che sentiva di offrire il suo sangue per il rinnovamento della Chiesa, ricevette in estasi la notizia della morte di lei e ne contemplò la celeste apoteosi.
       
Clemente XII beatificò Caterina de' Ricci il 1-10-1732. Benedetto XIV la canonizzò il 29-VI-1746. Il suo corpo è venerato a Prato nella chiesa del monastero in cui visse.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 21-27.
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